LA MIA STORIA

 

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C’era una volta tanto tempo fa….

Questo è l’inizio di tutte le più belle favole!
La storia di Anna non è successa “tanto tempo fa”, ma di sicuro è una “favola” a lieto fine.

Sabato 21 gennaio 2006, mezzogiorno circa.

Scendo dalla macchina per andare a comperare il pane: devo preparare dei panini perché Andrea, il mio bambino di sei anni, comincia il corso di sci. Sento subito scendere del liquido che mi bagna i pantaloni. Mi chiedo che cosa stia succedendo, sono un po’ allarmata, risalgo immediatamente in macchina e corro a casa. Nel frattempo il “liquido” continua a uscire. Arrivo a casa, prendo l’ascensore, entro in casa dove c’è Rudy, mio marito, che mi aspetta per andare a prendere Andrea a scuola ed andare in montagna. Sempre più preoccupata corro in bagno: ormai i pantaloni sono fradici. Non ho più dubbi: ho rotto le acque…
Sono solo alla 23^ settimana + 5 giorni di gestazione, aspetto una bambina.
Ho quasi 37 anni, ho avuto 2 aborti spontanei, uno prima di Andrea e uno prima di Anna. Durante ambedue le gravidanze ho avuto sempre qualche perdita ematica e una minaccia di aborto alla 7^ settimana in questa gravidanza. Ma poi sono sempre stata bene, se si escludono i soliti malesseri, quali nausea e vomito.
In questa gravidanza risulto positiva allo Streptococco B, ma la mia ginecologa mi ha rassicurato dicendomi che il 70% delle donne in gravidanza risulta positivo allo stesso virus e che durante il travaglio mi faranno un trattamento antibiotico per evitare che la bambina venga contagiata.

Cosa sta succedendo?

Presa letteralmente dal panico, mi cambio, mi metto un assorbente e dopo aver chiesto a mia suocera di andare a prendere Andrea a scuola, corriamo al Poliambulanza di Brescia, senza avere la minima idea di cosa ci stesse aspettando.
Al pronto soccorso mi portano subito nel reparto di ostetricia, dove avevo già partorito Andrea, mi visita un’infermiera, poi una dottoressa che capiscono subito cosa sta succedendo: non ho più liquido amniotico, solo 10 cc.
Mi iniettano il Celestone, serve per far maturare i polmoni della mia bambina. Sono circa le 13.
Dovrebbero farmi un’altra iniezione fra 24 ore.

Perché devono far maturare i polmoni della mia bambina???

La dottoressa ci dice che mi devono trasferire perché da loro non c’è la Patologia Neonatale.

Cos’è la Patologia Neonatale???

Chiama l’Ospedale Civile di Brescia, spiega la situazione, ma non c’è nessun respiratore libero per noi.

Cos’è il respiratore???

Abbastanza inviperita con quelli dell’Ospedale Civile, chiama direttamente il reparto di Patologia Neonatale dell’Ospedale Carlo Poma di Mantova.

Mantova???

C’è posto.
Chiama il 118, ci dice che sull’ambulanza ci sarà una loro ostetrica per assistermi. Mi mettono una flebo con un medicinale per fermare le contrazioni.

La mia bambina non può nascere oggi!
Non la farò uscire, è troppo presto.

Dopo poco arrivano i volontari del 118: partiamo alla volta di Mantova.

Rudy, preoccupatissimo, ci segue in macchina. Non sappiamo neanche dove sia Mantova!
Che strada si deve fare? Quanti chilometri ci sono da casa nostra?

Durante il trasporto in ambulanza, la mia pancia è sempre più dura, ho mal di schiena, ho freddo, ma continuo a ripetere all’ostetrica che sto bene. Mi sembra tutto così surreale, non può succedere proprio a me…

Ci vuole più di un’ora per arrivare all’ospedale di Mantova, anche i volontari del 118 non sanno bene la strada!
Arriviamo, mi salutano augurandomi che tutto vada bene, mi trasferiscono in sala parto.

Comincia l’incubo…

C’è di turno un dottore con due cespugli al posto delle sopracciglia. Tuttora non so come si chiami, ma lo riconoscerei ovunque. Forse era infastidito dal fatto che fossi arrivata lì con questo problema proprio di sabato.
Mi visita ed esordisce dicendo che se la mia bambina nascerà avrà il 50% di probabilità di sopravvivere e che, se sopravvive, avrà il 25% di probabilità di non avere nessuno problema.
Mi fa ripetere le stesse cose da un altro medico, uno della Patologia Neonatale.
Mi spiega che la bambina è meglio che nasca naturalmente, che non mi faranno un cesareo per tutelare me, ci fa firmare che siamo d’accordo con lui.

Non stiamo capendo niente…

Arriva un’infermiera, ci fa delle domande sulle nostre professioni ( “cosa ve ne frega?” penso io), ci chiede dove abitiamo, ci chiede come si chiamerà la bambina.
Siccome sembra tutto tranquillo, mi portano in una camera del reparto di ginecologia e ogni tanto vengono a visitarmi.
Ci raggiungono anche i miei genitori, che non sanno cosa dire, a parte il fatto che “ora fanno miracoli”…
Passa il pomeriggio, credo che ce la farò a tenerla dentro di me ancora per qualche giorno, magari avrà più possibilità…
Ma ecco che all’improvviso sento uscire ancora del liquido caldo: è sangue!
Non si è fermato proprio niente, Anna sta per uscire.
Torna il ginecologo cespuglioso, mi porta in sala visite, mi controlla ancora una volta: sono completamente dilatata!
Mi dice: “Signora, la riaccompagnamo in sala parto dove abortirà”.

COSA STA DICENDO??? Cosa vuole dire che “abortirò”? Io voglio questa bambina…

Arriviamo in sala parto, mi mettono il monitoraggio che conta i battiti cardiaci della mia bambina. Le contrazioni non sono per niente dolorose, anzi, mi sembra di non averle.
Il dottore cespuglioso mi dice che, se ho bisogno del bagno, devo stare attenta perché potrei abortire nel water…
Sono senza parole.
Passa ancora un po’ di tempo, non lo so quantificare.
Cambia il turno, il dottore cespuglioso se ne va e arriva un dottore nuovo, con tanto di camice bianco, occhiali e baffi, che fa segno all’ostetrica di togliere il monitoraggio. Non posso più sentire i battiti cardiaci della mia bambina e mi chiedo perché me l’ha fatto togliere. Poi succede che sento il bisogno di andare in bagno, ma le ostetriche capiscono che è arrivato il momento. Sento il bisogno di spingere e in pochi minuti la mia bambina nasce: è podalica, esce con i piedini, la avvolgono in un telo verde e la portano via di corsa.
Scoppiamo a piangere, siamo convinti che sia morta…
Le ostetriche mi dicono che ha pianto, ma io non ho sentito nessun pianto…
Siamo a pezzi.
Passa circa un quarto d’ora, entra nella stanza un’infermiera che dice a mio marito di andare con lei per vedere la bambina: è viva, è stata intubata e verrà portata nel reparto di Terapia Intensiva Neonatale.
Dopo l’espulsione della placenta, perfettamente normale, mi riportano in camera senza farmi vedere la bambina. La vedrò solo la mattina seguente.

Domenica 22 gennaio.

Mio marito mi accompagna nel reparto, mi spiega (lui è andato a vederla la sera prima) quello che devo fare prima di entrare: devo indossare un camice, devo togliere gli anelli, l’orologio, devo lavarmi accuratamente le mani e le braccia con un sapone disinfettante e dalla stanza “filtro” passiamo all’interno del reparto.
Sapevo che esistono le incubatrici, avevo sentito alla televisione di bambini nati prematuri e piccolissimi, conosco persino una bambina che è nata in 25 settimane e sta benissimo, ma non mi sarei mai immaginata “quel” posto, non avrei mai pensato di trovarmici dentro.
Allarmi che suonano in continuazione, apparecchiature mai viste prima, incubatrici che sembrano navicelle spaziali…
La mia bambina si trova all’interno della Terapia Intensiva Neonatale, dove vengono ricoverati i neonati più gravi. La sua navicella spaziale è blu, Anna mi sembra minuscola, è tutta rossa, la sua pelle è trasparente, si vedono tutte le vene, ha le mani, le dita, i piedi, le braccia, le gambe più piccole che io abbia mai visto. Mi stupisco a pensare che, anche se minuscola, è perfettamente formata. E’ nuda, a parte il pannolino che la copre quasi interamente. Ha due sensori sul petto, ha tubi che partono dall’ombelico e dai piedini, ha un tubo all’interno della narice destra e uno nella narice sinistra. Non sta ferma un attimo. Le pareti dell’incubatrice sono completamente bagnate. Mi spiegano a cosa servono tutti quei fili e quei tubi, mi spiegano perché c’è così tanta umidità all’interno dell’incubatrice. Mi dicono che posso toccarla, mi mostrano come fare. Sono intimorita, ho paura di farle male.
Arriva il primario che in maniera molto dolce mi spiega che qui Anna riceverà le stesse cure che ricevono i bambini ricoverati nelle terapie intensive di Londra, Parigi, New York. Tutte le apparecchiature che loro usano sono all’avanguardia, le terapie che praticano sono le migliori, ma non mi sa dire la cosa che io vorrei sentirmi dire.
Non sa se Anna sopravviverà, non sa se avrà dei problemi, ci spiega che ci sono molte incognite, che questi bambini un momento stanno “bene” e subito dopo peggiorano inspiegabilmente.
Io non capisco niente, sono in uno stato confusionale, non vedo l’ora di uscire di lì. Mi sento in colpa, credo che Anna sia nata così prematuramente perché io non sono stata attenta, ho continuato a lavorare, non ho avuto cura di noi. Me la prendo con la mia ginecologa che mi aveva visitato due giorni prima e non si era accorta di niente… Mi sento uno straccio, avrei bisogno di fare una doccia e vorrei tanto tornare a casa mia, da Andrea e alla mia vita “normale”.
Rimango ancora un po’ di tempo a guardarla, è sempre in movimento, chissà cosa sta pensando. Si chiederà dove si trova? Sentirà la mia mancanza come io sento la sua?
Un’infermiera mi dice: “Sta sprecando energie. Non va bene.”
Torno nella mia camera, dove a farmi compagnia c’è una ragazza che, dopo tanti tentativi è riuscita a rimanere incinta, ma è costretta a rimanere sempre a letto e si trova in ospedale per dei controlli. Anche lei aspetta una bambina, si chiamerà Vittoria.
Sono a digiuno da ieri sera perché mi devono fare un’ecografia. E’ già domenica pomeriggio, non ho ancora mangiato nulla e nessuno mi chiama per fare l’ecografia. Continuo ad entrare e uscire dalla TIN. Un’infermiera mi dice che devo iniziare a stimolare i seni perché mi arrivi la montata lattea. Mi spiega che devo farlo ogni 4 ore circa, simulando le poppate che farebbe Anna. Il latte ,poi, lo devo lasciare lì perché verrà dato ad Anna attraverso un sondino naso-gastrico.
C’è una stanza, appena dopo la stanza “filtro”, dove le “nutrici” hanno a disposizione dei tiralatte elettrici, tettarelle e biberon sterili per la raccolta del loro nutrimento.
Mi spiegano la procedura, ma si dimenticano di dirmi che le tettarelle sono immerse in un liquido disinfettante e che prima di usarle devono essere risciacquate. Fortunatamente c’è una ragazza, Simona, che vede il mio errore e mi spiega come fare. Anche lei ha avuto un bambino prematuro. Si trova esattamente di fronte ad Anna e si chiama Alexandru. Simona è esperta, si trova in TIN già da una settimana e mi è di grande conforto. Mi dice che il primario ci ha parlato molto bene e che ci ha dato molte più speranze di quelle che ha dato a loro. Tuttavia è convinta che Alexandru ce la farà. Ed io non so che dire, la ascolto, ma non capisco cosa dice. E’ tutto così strano...



                                                continua...


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